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Missionari Monfortani d'Italia

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XIX Domenica tempo ordinario

(Anno C) (8/8/2010)
Vangelo: Lc 12,32-48


«Vegliate, perchè viene all'improvviso il Signore»

I casi sono due: o si ha fede o non si ha fede. O si crede che c’è un “oltre”, un “al di là” dell’orlo, o, come dice il bottaio di Spoon River, in realtà siamo sommersi nella nostra tinozza e stiamo solo guardandone le pareti. O si crede che il nostro futuro è aperto, oppure anche per noi «la speranza, ultima dea, fugge i sepolcri». La vita si decide su questo dilemma. Se il futuro è chiuso e incerto, una conclusione plausibile è quella famosa di Lorenzo de' Medici:
«Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza!», anche se, sotto l’apparente spensieratezza c’è, e si sente, la percezione sottile e amara che «'l tempo fugge e 'nganna». Se invece l’orizzonte è aperto, allora con gioiosa speranza ci si attrezza per il viaggio che conduce ai beni futuri.

Gli Ebrei, quando con l’arrivo di Mosè vedono spalancarsi la possibilità di sfuggire alla loro interminabile schiavitù, ricevono l’indicazione di mettersi con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano, per essere pronti e agili per il lungo cammino che li aspetta. Ed essi ubbidiscono subito, non per costrizione e di malavoglia, ma con entusiasmo frenetico. Sarà dura, ma sarà bello.
Con Gesù è ben più di Mosè che entra nel mondo. È il Figlio di Dio che viene a farsi uomo per rendere di nuovo ogni uomo immagine e somiglianza di Dio, anzi per renderlo partecipe della stessa natura divina. Grazie alla sua venuta i cieli si aprono e per gli uomini si delinea un futuro di salvezza e di realizzazione di sé che va anche oltre la morte e sorpassa ogni immaginazione. Inizia così il cammino dell’umanità al seguito del Figlio di Dio fatto uomo. Alla fine della sua missione di salvezza Gesù salirà al cielo e si collocherà alla destra del Padre, primogenito dell’umanità riscattata dalla deriva e dalla corruzione. Ma tornerà - lo promette lui stesso - per concludere, per portare a compimento, per assoggettare a sé tutte le cose. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, si sottometterà a Dio, perché Dio sia tutto in tutti.

Intanto i discepoli sono chiamati ad essere vigilanti e operosi, come servi del Signore. Essi hanno di fronte una certezza (l’opera di Dio iniziata da Gesù) e una speranza (la sua piena realizzazione nei cieli nuovi e nella nuova terra): un’esperienza ed un’attesa, un accadere ed una profezia. Il futuro delle promesse in cui essi credono e sperano non è qualcosa di vago che si perde nelle nebbie dell’eternità. È un futuro che incombe, che è già qui. Il credente cristiano sente questo venire del Signore. È come la sposa del Cantico che riconosce il passo del suo amore alla porta. I segni dei tempi sono i passi del Signore. Per non mancare l’incontro decisivo ai servi occorrono perciò la vigilanza, l’attesa, l'orecchio teso a cogliere i segni del Signore che viene ed è già presente.
Il Vangelo li chiama servi; essi sanno di non essere altro che servi, e per di più servi inutili; ma sanno anche che se saranno fedeli e se serviranno non con animo servile, ma con amore attento e pronto, alla fine, quando tornerà, il loro Signore li farà mettere a tavola e passerà lui stesso a servirli. Non più servi, ma amici. (E dire che per qualcuno i credenti, impegnati in un volonteroso servizio di Dio nella storia sono dei menomati e degli oppressi).

Pietro ad un certo punto chiede a Gesù se queste sue parole sono per tutti o anche per gli apostoli (Papa, Vescovi e Preti). Gesù insiste. L’attesa è un dovere di tutti. E, se l’attesa si prolunga, per tutti c’è il rischio di lasciarsi andare e perfino di approfittarne. Ma, certo, per gli ‘amministratori’ c’è un dovere particolare di fedeltà e di saggezza, perché a loro è stato dato il compito di gestire l’operosità tempestiva dei singoli fedeli e della Chiesa nel suo insieme. Ed è chiaro perciò che a loro sarà chiesto conto con particolare rigore.

Discorsi astratti? Non pensate. Al di là delle immagini, il Vangelo ci fa sapere che siamo al mondo non per ammazzare il tempo il più allegramente possibile in attesa del nulla. Il Signore non solo ha messo in noi - come dice il Qoelèt - la nozione dell’eternità, ma ha posto nella nostra vita personale e nella storia il seme, la premessa di una realizzazione piena e definitiva. Nel cuore di ciascuno di noi, in ogni coppia, in ogni famiglia, in ogni situazione piccola o grande, perfino in ogni tomba, dopo che il Figlio di Dio si è fatto uno di noi, c’è un germe di eternità, che va vegliato e coltivato.
Non lasciamoci abbagliare. È molto più bella una vita impegnata con gioiosa speranza che una vita in cui ci si affanna a far festa perché tanto poi dobbiamo morire.

Don Giacomo Panfilo


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